La forte critica religioso-sociale di Lamento di Portnoy di Philip Roth

Lamento di Portnoy - Philip Roth

Lamento di Portnoy o, più semplicemente, Portnoy (titolo originale Portnoy’s Complaint) è un romanzo di Philip Roth del 1969. Pubblicato in Italia l’anno successivo nel 1970, lo leggiamo oggi nell’edizione Adelphi.

Trama di Portnoy di Philip Roth

Alexander Portnoy è il figlio modello di una famiglia ebrea. Sulle sue spalle gravano non solo le aspettative dei genitori ma anche millenni di religione, una pressione troppo grande per poco più che un bambino.

Portnoy ci porta nella mente di Alex da adulto che confronta i fantasmi del suo passato, fra dettami e repressione, passando per i pensieri più perversi e oscuri. Una ricerca maieutica per ritrovare l’essenza di Portnoy e riportarla alla libertà.

Recensione di Lamento di Portnoy

Ho l’impressione che Lamento di Portnoy mi sia capitato tra le mani fuori tempo massimo. Non nel senso classico del “non fa per me”, ma proprio come se lo avessi letto con un bagaglio culturale e una sensibilità troppo distanti da quelli per cui è stato pensato. Con Roth succede spesso: se non si ha ben presente il mondo che sta mettendo in discussione, il rischio è di trovarsi davanti a un testo che oggi appare più stancante che provocatorio.

Il cuore del romanzo è piuttosto semplice, almeno sulla carta: la repressione, soprattutto quando è religiosa, morale e familiare, produce mostri interiori. Nel contesto dell’America del dopoguerra questa affermazione aveva un peso enorme. Roth prende una comunità che era stata appena investita da una sacralizzazione quasi obbligata e la trascina giù dal piedistallo, mostrandone le nevrosi, le ossessioni e le contraddizioni. Un’operazione che all’epoca doveva suonare come una bestemmia letteraria.

Il punto è che Roth sceglie di dirlo nel modo più estenuante possibile. Il romanzo è un flusso di coscienza senza tregua, un monologo che gira su se stesso, torna sugli stessi episodi, insiste sulle stesse ossessioni. La sensazione è quella di essere intrappolati nella testa di Portnoy senza possibilità di fuga. Dopo un po’, i singoli eventi si confondono e quello che resta impresso non è tanto il conflitto interiore del personaggio, quanto la ripetizione martellante delle sue fantasie sessuali, che finiscono per saturare tutto il resto.

Arrivati alla fine, non c’è nessuna catarsi. Anzi, il disagio si accentua. Portnoy non diventa più comprensibile, né più empatico. Se l’obiettivo di Roth era costruire un protagonista fastidioso, quasi respingente, allora il risultato è centrato in pieno. Ma resta da chiedersi quanto questa scelta, oggi, riesca ancora a coinvolgere davvero chi legge.

Personalmente, non ho apprezzato né la forma né la sostanza del romanzo. Il tipo di narrazione non mi ha convinta e i temi, filtrati dalla mia sensibilità contemporanea, non mi sono sembrati così nuovi o sconvolgenti. Riconosco senza difficoltà che Lamento di Portnoy sia stato un testo rivoluzionario nel suo tempo. Ma letto oggi, almeno per me, assomiglia più a un esperimento storico interessante che a una scoperta capace di lasciare il segno.

Valutazione del libro
★☆☆☆☆
1 su 5

L’autore: Philip Roth

Philip Roth

Philip Milton Roth nacque a Newark (New Jersey) da genitori ebrei – importante per capire il perché di Portnoy – nel 1933.

La sua opera è costellata di satira nei confronti della religione ebraica. La prima pubblicazione è Addio, Columbus e cinque racconti (1959) che presenta attraverso sei racconti i temi fondanti del lavoro di Roth.

Dopo due romanzi, arriva il successo con Lamento di Portnoy (1969).

La sua carriera da scrittore procede a gonfie con titoli del calibro di La nostra gang (1971) e Pastorale Americana (1997).

Arrivato all’età di 79 anni si ritira dalle scene chiedendo ai suoi famigliari la promessa di bruciare l’intero archivio delle bozze alla sua morte.

«Alla fine della sua vita il pugile Joe Louis disse: “Ho fatto del mio meglio con i mezzi a mia disposizione”. È esattamente quello che direi oggi del mio lavoro. Ho deciso che ho chiuso con la narrativa. Non voglio leggerla, non voglio scriverla, e non voglio nemmeno parlarne»

Muore a New York il 18 maggio 2018 a 85 anni.

Pubblicato da Giulia Castagna

Giulia, content manager e writer, lettrice dall'età dei primi dada e baba.